Il veleno dei ragni Italiani

I ragni velenosi e pericolosi nel nostro territorio.

Tempo di lettura: 14 minuti

A cura di Carlo Maria Legittimo e Enrico Simeon

il veleno dei ragni italiani e le specie pericolose

INTRODUZIONE

Il veleno dei ragni italiani è uno degli argomenti che più incuriosisce il pubblico. Durante le nostre mostre, le esposizioni o gli incontri didattici, tutti ci pongono le stesse domande:

Sono velenosi? Sono pericolosi? Quali sono i ragni velenosi italiani? Si può morire?

Prima di affrontare l’argomento, occorre dire che lo studio dei veleni animali, molto sviluppato in gruppi tassonomici come Ofidi, Imenotteri, Aracnidi, Anuri e Pesci, è una branca scientifica complessa che abbraccia la zoologia, la biochimica, la medicina, la farmacologia…

Per affrontare la tematica quindi occorrerebbe avere una buona e ampia base di conoscenze, cosa che comprensibilmente non tutti hanno. Ecco che sorge la necessità di chiarire brevemente alcuni aspetti chiave per approfondire l’argomento senza incertezze, capendo quali meccanismi regolano i fenomeni di avvelenamento da tossine animali.

Se la vostra curiosità è prettamente aracnologica, potrete dirigervi subito al paragrafo sul veleno dei ragni italiani.

COS’E’ UN VELENO E COME FUNZIONA

Foto al SEM di un ragno con i cheliceri in primo piano
I ragni inoculano il loro veleno con i cheliceri, delle robuste zanne poste anteriormente. Foto al SEM

Un veleno è un mix di sostanze, tra cui varie zootossine, prodotte da un organismo animale. Questo è prodotto da alcune ghiandole specializzate e poi inoculato in un altro organismo mediante organi appositi (cheliceri, zanne, pungiglione, corpi taglienti…). Un veleno, come quello dei ragni italiani, agisce grazie alle tossine che vi sono contenute e queste possono essere piccole molecole, peptidi o proteine. Le tossine entrano in contatto con vari tessuti, sangue, cellule epidermiche, cellule muscolari, e in base al loro meccanismo di azione produrranno particolari effetti sull’organismo.

È proprio mediante questo meccanismo di azione che generalmente vengono classificati i vari veleni. Nonostante possa contenere contemporaneamente svariate tossine differenti, anche ad azione molto diversa, ogni veleno manifesterà un comportamento predominante ed in base a questi effetti verrà inquadrato:

Veleno neurotossico – Neurotossine: queste sono le tossine più diffuse e agiscono al livello del sistema nervoso. Generalmente inibiscono la capacità del neurone di regolare la concentrazione di ioni attraverso la membrana cellulare, oppure impediscono la corretta comunicazione mediante la sinapsi tra i neuroni, alterando di fatto la conduzione di un impulso elettrico lungo la fibra nervosa.

Gli effetti possono manifestarsi a livello locale (dolore, paresi e parestesia sono i più comuni), oppure a livello sistemico con più gravi sintomi quali insufficienza cardiaca e insufficienza respiratoria.

Veleno necrotico – Necrotossine: queste tossine distruggono i tessuti organici con cui vengono in contatto, causando quindi la necrosi (ovvero la morte) delle cellule. Si diffondono nell’organismo mediante il flusso sanguigno e nei vertebrati colpiscono prevalentemente le strutture cutanee e muscolari. Le conseguenze cutanee possono variare da piccole ulcere necrotiche, che richiedono molti giorni per guarire autonomamente, a vaste lesioni necrotiche che necessitano invece di terapie mirate e interventi chirurgici.

In questa categoria vengono considerate anche le Miotossine, che hanno sempre un’azione necrotica ma ad esclusivo danno delle strutture muscolari delle quali provocano la paralisi e il disfacimento repentino, e le Citotossine che hanno azione mirata ad esclusive tipologie di cellula, come nei veleni Emotossici dove è il sangue a subire il disfacimento dei soli globuli rossi.

Queste due categorie generiche non accomunano le tossine dal punto di vista chimico ma, come detto, sono solo utili a inquadrarle per il loro meccanismo d’azione. Vedremo che tra i ragni italiani abbiamo sia specie con veleno necrotico sia specie con veleno neurotossico.

VELENI PIU’ O MENO POTENTI

Come visto i meccanismi di azione dei veleni sono diversi in funzione della tossina predominante che contengono. Ma non è solo questo a rendere molto variabile l’effetto provocato su un organismo, ovvero le tempistiche e la gravità della sintomatologia prodotta. Altri elementi importanti sono infatti:

– quantità di veleno iniettato: a volte gli animali velenosi inoculano quantità diverse di veleno in funzione dello scopo da soddisfare. Se mordono una preda, generalmente inoculano molto veleno per immobilizzarla in poco tempo. Se mordono per difesa invece, spesso il veleno inoculato è molto poco o, come nel caso dei dry bite, assente. Inoltre la quantità di veleno iniettata deve tener conto del peso dell’organismo che subisce l’avvelenamento. La stessa quantità di veleno avrà effetti diversi su un topo e su un uomo.

– eventuale sensibilità del soggetto alle tossine. Alcune tossine sono prevalentemente attive sui vertebrati mentre altre sono maggiormente efficaci sugli artropodi. Non è quindi strano che uno stesso veleno provochi danni diversi su organismi diversi. Ma non solo: anche ogni organismo della stessa specie può reagire diversamente allo stesso veleno, quindi su alcuni uomini una puntura di ape può dare effetti trascurabili e su altri può invece causare sintomi importanti. Estremizzazione di questa sensibilità può essere l’anafilassi dovuta a precedente sensibilizzazione all’allergene o alla tossina.

– suo pregresso stato di salute. Se l’organismo colpito dalla tossina ha già patologie pregresse, disfunzioni o particolari problemi immunitari, ecco che un veleno può causare sintomatologie molto più gravi di quello che sarebbe normale. Un esempio classico è lo shock anafilattico, il quale prevede che l’organismo sia già ipersensibilizzato alla tossina o all’allergene contenuto nel veleno. Oppure è il caso di anziani e bambini, con sistemi immunitari insufficienti o compromessi. Anche chi soffre di patologie croniche soprattutto respiratorie, cardiache e renali, è maggiormente esposto in caso di avvelenamento.

In linea generale, tenendo a mente che alcuni veleni con meccanismo di azione diverso non sono tra loro confrontabili, uno dei metodi storici di paragone tra veleni è l’individuazione della “dose letale” (LD), ovvero quella dose che uccide l’organismo campione.
Più in particolare si fa riferimento alla dose letale media, ovvero quella dose che uccide il 50% degli esemplari della popolazione campione, solitamente costituita da cavie da laboratorio. La quantità di esemplari morti viene considerata in peso (chilogrammi) e il valore di LD50 è ottenuto come rapporto tra la quantità di veleno e la quantità di topi deceduti.
Oggi il metodo è scarsamente utilizzato perché, oltre ad avere dei costi economici e morali rilevanti, fornisce indicazioni spesso variabili e quindi non ripetibili.

VELENOSO NON SIGNIFICA PERICOLOSO

La pericolosità è da sempre un concetto estremamente soggettivo, influenzato molto dal nostro background culturale e dalla nostra personalità. Le norme giuridiche hanno spesso cercato di inquadrare ciò che è pericoloso e ciò che non lo è ma con scarso risultato, o comunque scegliendo limiti arbitrari.

Nel caso degli avvelenamenti da tossine animali è consuetudine, in ambito medico, considerare pericolosa quella che produce effetti necessitanti di terapie, spesso urgenti, o stati fisici che possono causare danni rilevanti alla vita.

Facciamo un piccolo esempio.

Nei mesi estivi, sempre più spesso, nei mari italiani i bagnanti hanno a che fare con le meduse mediterranee. Molte di queste inoculano, durante il contatto con i loro “tentacoli”, delle tossine molto attive sull’organismo umano. Ne consegue una forte orticaria nella zona colpita, ponfi, prurito anche molto intenso e lesioni molto simili a ustioni. Sintomi che permangono per alcune ore prima di regredire senza complicazioni. È possibile definire pericolose le tossine inoculate dalle nostre meduse? Nessuno specialista darà una risposta affermativa.

È invece ragionevole indicare come pericoloso per la salute umana quel veleno che, inoculato nell’organismo di un uomo in salute, possa causare forti sofferenze, rilevanti disagi, danni permanenti o mettere in pericolo la vita stessa. Un quadro clinico quindi necessitante di intervento sanitario, di ospedalizzazione, e contemporanei trattamenti farmacologici idonei a scongiurare il pericolo di vita.

Risulta evidente quindi questo assunto fondamentale, ancor più valido nel caso del veleno dei ragni italiani: velenoso non significa necessariamente pericoloso.

IL VELENO DEI RAGNI ITALIANI

I ragni sono spesso stati considerati dalla maggior parte delle persone come esseri pericolosi ed inquietanti a causa della loro capacità di iniettare veleno. Soprattutto nella nostra cultura le persone hanno paura dei veleno dei ragni italiani.

Tutti i ragni sono predatori e tutti, a parte i rappresentanti delle piccole famiglie Uloboridae ed Holarchaeidae, possiedono ghiandole velenifere. Sono quindi tutti velenosi.

Illustrazione dei cheliceri con ghiandola velenifera
La ghiandola velenifera è collegata alla zanna con cui viene iniettato il veleno.

Attorno a queste ghiandole, che possono essere posizionate nel cefalotorace o nella parte basale dei cheliceri, sono presenti dei grossi fasci muscolari. La ghiandola viene letteralmente strizzata quando la muscolatura entra in funzione e così il veleno, tramite dei dotti, può fluire fino alle zanne. I cheliceri, molto robusti e acuminati come aghi di siringa, servono quindi a inoculare il veleno nelle prede. Il suo principale ruolo è quello di produrre una paralisi della preda, per immobilizzarla facilmente. La morte della preda avviene solo come conseguenza secondaria (Friedel & Nentwig, 1989).

Tuttavia, solamente una piccolissima percentuale dei ragni attualmente conosciuti al mondo (48.692 specie in totale (World Spider Catalog, 2020)) risulta pericolosa per l’uomo. È possibile considerare pericolose per la salute umana circa 150 specie, appartenenti a pochi generi ben studiati.
Stiamo quindi parlando di una percentuale bassissima (0,3%) di tutta l’araneofauna.

La stragrande maggioranza dei ragni non presenta quindi un veleno particolarmente attivo sull’uomo e, oltretutto, moltissime specie possiedono zanne talmente minute da non riuscire nemmeno a perforare la cute umana.

cheliceri zanne acuminate come aghi di siringa
I cheliceri sono acuminati come aghi di siringa e iniettano il veleno grazie al foro presente all’estremità

Generalmente i ragni sono animali schivi e preferiscono di gran lunga la fuga all’attacco. Mordono l’uomo esclusivamente per difesa, ovvero quando non hanno vie di fuga o si sentono fortemente minacciati. Contrariamente a quanto si possa pensare, la taglia nei ragni non è un carattere influente circa la pericolosità del loro veleno nei confronti dell’uomo. Per esempio gli effetti del morso di una “Tarantola” (Theraphosidae) sono molto blandi, spesso circoscritti alla sola zona del morso, mentre come vedremo più avanti, altri ragni molto più piccoli, possiedono un veleno molto più potente, in grado di provocare effetti rilevanti nei confronti dell’uomo.

I RAGNI PERICOLOSI IN ITALIA

Arriviamo finalmente ad approfondire il veleno dei ragni italiani.

In Italia sono presenti 1678 specie diverse di ragni (Pantini P. & Isaia M., 2019). Sono diffuse in tutti gli ambienti, dalle alte fasce montane alle zone retrodunali, dalle campagne alle città. Di queste, solo 2 possiedono un morso considerabile di rilevanza medica: Latrodectus tredecimguttatus e Loxosceles rufescens.

il veleno dei ragni italiani Zoropsis spinimana in atteggiamento di minaccia.
Zoropsis spinimana difende le sue uova e mostra un atteggiamento minaccioso di fronte al disturbatore.

Tutti gli altri ragni italiani non possono causare alcuna conseguenza preoccupante nonostante alcuni, come ad esempio Zoropsis spinimana o Segestria florentina, possano essere mordaci quando disturbati. Generalmente infatti le conseguenze di un morso di ragno sono molto blande, con ponfi più o meno pruriginosi e che regrediscono autonomamente nel giro di qualche ora. Nulla di preoccupante.
Come spesso spieghiamo, la cattiva fama dei ragni è del tutto immeritata.

Le due specie di interesse medico sopra citate, invece, possono in alcuni casi causare conseguenze molto spiacevoli. 

Cercheremo quindi di fare chiarezza sulle specie italiane di maggiore interesse medico, basandoci sulla letteratura scientifica redatta negli anni e integrando con alcune note ecologiche.

Latrodectus tredecimguttatus (Rossi, 1790)

Il veleno dei ragni italiani Femmina di Latrodectus tredecimguttatus
Esemplare femmina di Latrodectus tredecimguttatus, la “vedova” presente sul territorio italiano.

Latrodectus, vasto genere della famiglia Theridiidae, ha distribuzione cosmopolita e rappresenta il più noto e studiato gruppo di ragni di rilevanza medica (Nentwig & Kuhn-Nentwig, 2013).

Quando si parla di “vedove nere” è proprio a questo genere che ci si riferisce. Vennero denominate così all’inizio del 900, dopo che in cattività furono osservati numerosi casi in cui le femmine aggredivano e divoravano il più piccolo partner. È oggi noto invece che il comportamento osservato era innaturale, dovuto solo al piccolo contenitore in cui gli esemplari venivano mantenuti. In natura infatti la femmina accetta, senza solitamente manifestare aggressività, la presenza del maschio sulla propria tela.

Il veleno dei ragni italiani Coppia di Latrodectus tredecimguttatus
La femmina di Latrodectus tredecimguttatus convive senza problemi con un maschio adulto.

Le “vedove” sono dotate di un potente veleno neurotossico, caratterizzato dalla presenza di una tossina molto attiva e nota soltanto in questi ragni: la alfa-latrotossina. Una delle specie più rilevanti, sia per pericolosità sia per la sua fama nella cultura popolare, è Latrodectus mactans, specie molto diffusa negli Stati Uniti e solitamente presente nelle aree urbane di molti stati americani.

Generalmente, in conseguenza del loro morso, il quadro sintomatico si manifesta con paralisi facciale, crampi addominali e alle gambe, sudorazione abbondante, tremori, spasmi muscolari, irregolarità cardiache, disfunzione respiratoria e, nei casi più gravi, con il sopraggiungere dello stato comatoso (Diaz, 2004; Vetter & Isbister, 2008; Nentwig & Kuhn-Nentwig, 2013). L’insieme di questi sintomi, noto con il termine di latrodectismo, è solitamente tipico e diagnostico per riconoscere un caso di avvelenamento. Il morso nell’immediato è solitamente indolore e spesso viene sottovalutato fino all’insorgere degli effetti, anche diverse ore più tardi.

Solo i soggetti più sensibili, come bambini, anziani o cardiopatici, manifestano i sintomi più gravi e, nonostante la potenza del veleno e i gravi effetti, nei casi non sottoposti a trattamento medico solamente un 5% degenera fino al decesso. Questa eventualità rimane comunque statisticamente poco comune (Goddard, 2007), soprattutto grazie all’utilizzo dell’antiveleno e agli altri trattamenti di supporto (Vetter & Isbister, 2008).

Latrodectus tredecimguttatus in prossimità dei suoi ovisacchi
Latrodectus tredecimguttatus a guarda delle sue uova

Delle due specie europee, Latrodectus tredecimguttatus (Rossi, 1790) è senza dubbio la più conosciuta e comune, con diffusione mediterranea e presente sul nostro territorio, anche se limitatamente alle aree del sud Italia, alle isole maggiori e alle coste del Lazio e della Toscana.
È un ragno nero, dal tegumento liscio e lucente, lungo circa 10-15 millimetri di corpo. L’addome globoso presenta una serie di 13 macchie rosse rotondeggianti, da cui ne deriva il nome specifico. Oltre alla forma tipica, esiste una grande variabilità di taglia, colore e numero di macchie a seconda sia della popolazione, sia dello stadio di accrescimento. L’habitat tipico è rappresentato dai prati xerici, le aree mediterranee aride e dalla bassa vegetazione, ambienti nei quali è possibile trovarlo sotto grossi sassi, tronchi caduti e muretti di pietra.

Il suo veleno, come quello delle altre vedove, è particolarmente attivo e quindi pericoloso per l’uomo. La documentazione medica però risulta molto scarsa, ormai datata, e consiste solo in pochi report non approfonditi. che, comunque, attestano raramente morsi con esiti molto gravi.
In passato, al morso del ragno erano esposti soprattutto i contadini durante la falciatura del grano quando, accidentalmente, vi entravano in contatto. Oggi invece, essendo Latrodectus tredecimguttatus diffuso solo in ambiente non antropizzato, l’incontro con l’uomo è molto limitato e conseguentemente lo sono anche i casi di avvelenamento.

Loxosceles rufescens Dufour, 1820

Il veleno dei ragni italiani loxosceles rufescens ragno violino
Il famoso “ragno violino” europeo Loxosceles rufescens

Loxosceles è il maggiore dei due generi della famiglia Sicariidae e raggruppa numerose specie di notevole importanza medica a causa della spiccata attività necrotica del suo veleno. È il genere dei così detti “recluse spiders” o “ragni violino” e presenta una distribuzione globale abitando prevalentemente zone aride o semiaride.

L’unica specie appartenente a questo genere sul territorio italiano è Loxosceles rufescens Dufour, 1820, ampiamente diffusa sia a livello insulare che peninsulare. È una specie con forti tendenze sinantropiche, facile da rinvenire all’interno delle abitazioni soprattutto al centro-nord. Nel meridione e sulle isole è comune osservarla anche in ambienti naturali, sotto sassi o nelle fratture delle pietre in aree prative e xeriche.

Loxosceles rufescens tra le stoffe abbandonate sul pavimento
Le stoffe dimenticate sul pavimento sono un ottimo nascondiglio per Loxosceles rufescens.

In ambito antropico si ripara in zone degli edifici poco frequentate, silenziose e buie come soffitte e ripostigli. Per nascondersi sfrutta gli anfratti più riparati e di difficile accesso come le fessure dietro i battiscopa, il retro dei quadri, dei radiatori e dei mobili, oppure lo si può trovare nascosto tra le scatole di cartone ammassate (Vetter, 2008).
Nella zona adibita a dimora tesse una ragnatela irregolare, intrecciata e vischiosa sulla quale sosta. È quindi una specie molto schiva, sedentaria e che difficilmente si incontra lontano dal suo riparo.

Loxosceles rufescens è un ragno di dimensioni medio-piccole (6-11mm di corpo), con colorazione variabile tra diverse tonalità di marrone e, negli esemplari adulti, è tipica la presenza di un disegno più scuro a forma di violino nell’area cefalica del prosoma. Da questo deriva il suo nome comune di “ragno violino”. Di notevole rilevanza diagnostica è anche la disposizione oculare formata da sei occhi divisi in tre coppie.

Come la maggior parte dei ragni, non è aggressivo ed anche se molto infastidito tenta raramente di mordere; preferisce di gran lunga la fuga ed essendo un ragno esile, agile e molto veloce, trova spesso un’intercapedine in cui rifugiarsi in caso di aggressione.
Se tuttavia, nascosto tra gli indumenti e gli asciugamani, viene accidentalmente schiacciato è in grado di infliggere morsi per difendersi (Nentwig & Kuhn-Nentwig, 2013).

Aspetto tipico del ragno violino italiano
Aspetto tipico di Loxosceles rufescens

Il morso non è doloroso, passa inizialmente inosservato e spesso non ha conseguenze rilevanti. A volte invece i suoi effetti si manifestano localmente, variando da lievi pruriti e arrossamenti nelle forme più leggere ad ampie necrosi di lenta guarigione nelle forme più gravi. Questa variabilità dei sintomi è dovuta principalmente alla sensibilità del soggetto morso, alla quantità di veleno iniettato dal ragno, ma anche alla zona interessata. Le aree cutanee a prevalenza lipidica, ad esempio, sono maggiormente soggette a sviluppare necrosi ampie in quanto le cellule lipidiche distrutte dal veleno sono di grandi dimensioni.

In Italia i morsi di questa specie sono scarsamente documentati sia per la già citata rarità dell’evento, dovuta alla sua indole tranquilla e schiva, sia in quanto le lesioni prodotte sono di solito scambiate per ulcerazioni di altra natura e come tali curate dai medici di base.
È evidente comunque che Loxosceles rufescens possiede un veleno meno attivo rispetto alle altre specie americane (L. laeta, L. reclusa), le quali possono dar luogo a necrosi molto ampie e in rarissimi casi (< 1%) a gravi effetti sistemici che portano anche al decesso.

⇒ Vuoi avere altre informazioni sulla pericolosità del “ragno violino”? Leggi la nostra scheda di approfondimento!

Nel nostro paese tale specie ha suscitato scalpore in diverse recenti occasioni, come quella riguardante la morte di una donna di 65 anni nel 2015 (Pezzi et. al., 2016). Studi successivi hanno dimostrato come tale ipotesi di colpevolezza fosse infondata, e come la donna possedesse una storia clinica pregressa già molto complicata, dovuta alla manifestazione di condizioni patologiche come miastenia gravis, diabete e infezione da Streptococcus pyogenes A, patologia quest’ultima notoriamente conosciuta per essere facilmente confusa con il loxoscelismo.
Ad oggi quindi non risultano noti casi verificati di morte attribuibili al morso di Loxosceles rufescens (Nentwig et. al., 2017). Pertanto, pur rimanendo un ragno potenzialmente pericoloso per l’uomo, Loxosceles rufescens non rappresenta una grande emergenza sanitaria nel nostro paese.

REFERENZE

– Diaz, J. H. (2004). The global epidemiology, syndromic classification, management, and prevention of spider bites. The American journal of tropical medicine and hygiene, 71(2), 239-250.

– Friedel, T., & Nentwig, W. (1989). Immobilizing and lethal effects of spider venoms on the cockroach and the common mealbeetle. Toxicon, 27(3), 305-316.

– Goddard, J. (2007). Physician’s guide to arthropods of medical importance. CRC Press.

– Nentwig, W., & Kuhn-Nentwig, L. (2013). Spider venoms potentially lethal to humans. In Spider Ecophysiology (pp. 253-264). Springer Berlin Heidelberg.

– Nentwig, W., Pantini, P., & Vetter, R. S. (2017). Distribution and medical aspects of Loxosceles rufescens, one of the most invasive spiders of the world (Araneae: Sicariidae). Toxicon, 132, 19-28.

– Pantini P., Isaia M. (2019). Araneae.it: the online Catalog of Italian spiders with addenda on other Arachnid Orders occurring in Italy (Arachnida: Araneae, Opiliones, Palpigradi, Pseudoscorpionida, Scorpiones, Solifugae). Fragmenta Entomologica, 51(2): 127-152. Online at www.araneae.it, accessed on {date of access}.

– Pezzi, M., Giglio, A. M., Scozzafava, A., Filippelli, O., Serafino, G., & Verre, M. (2016). Spider bite: A rare case of acute necrotic arachnidism with rapid and fatal evolution. Case reports in emergency medicine, 2016.

– Vetter, R. S. (2008). Spiders of the genus Loxosceles (Araneae, Sicariidae): a review of biological, medical and psychological aspects regarding envenomations. Journal of Arachnology, 36(1), 150-163.

– Vetter, R. S., & Isbister, G. K. (2008). Medical aspects of spider bites. Annu. Rev. Entomol., 53, 409-429.

– World Spider Catalog (2020). World Spider Catalog. Version 21.5. Natural History Museum Bern, online at https://wsc.nmbe.ch, accessed on {date of access}. doi: 10.24436/2

Argomenti correlati
Condividi l'articolo